2020: come te, nessuno mai

Dec 28, 2020

Qualche giorno dopo l’inizio del 2020 scrissi un messaggio a un mio caro amico. Conteneva una cifra ed era il mio fatturato previsto per l’anno che iniziava. Per la prima volta non si trattava di una promessa ma di una stima basata sugli accordi effettivamente in essere.

Qualche tempo dopo, diciamo un giorno di febbraio, tornai davanti a quel messaggio, guardai la cifra e l’unica cosa che mi venne da dire fu: cazzo!

Quella che sembrava l’ennesima bizzarra malattia asiatica, circoscritta a uno strano villaggio dal nome impronunciabile, arrivava tra noi. Venivamo catapultati in uno scenario apocalittico, uno di quelli che al cinema ci entusiasma tanto ma abbiamo sempre trovato alla voce fantascienza. Pandemia. E chi se l’aspettava di vivere una pandemia?

Le mascherine iniziavano a calare sui nostri volti. Come sguardi imbronciati. Preoccupati. E poi infine affranti.

Come un Fantozzi qualsiasi, un attimo dopo aver pensato di avercela fatta mi ritrovavo al punto di partenza. Anzi, peggio. Quando sei in salita sai che sarà dura. Punti bene i piedi per non cadere indietro. Senti la fatica e a volte ti dici persino che pensavi fosse peggio. Vedi il punto di arrivo, ti sembra lontano, è brutto ma alla fine sai che sei in salita. È così che deve andare.
Ma quando sei in discesa, quando ti stai godendo l’inerzia che ti accompagna passo dopo passo, è un’altra storia.

Avanti veloce e ci siamo ritrovati in zona rossa. In zone colorate. Chiusi e confinati. A distanza. In salita, tutti insieme.

E adesso? Adesso siamo ancora lì. In qualche punto imprecisato e poco chiaro di una storia che da mesi sembra a un passo dal terminare ma non ha ancora un finale chiaro.

Eppure, questo 2020 qualcosa ci ha insegnato. Qualcosa abbiamo imparato. Ecco un paio di lezioni sparse che ho imparato io. Ne ho scelte sette.

Sette idee che mi porto dal 2020

1) Può sempre piovere

Sono nato nel ’84, cresciuto negli anni ’90 e ho provato a diventare uomo negli anni duemila. Una traiettoria unica segnata dalle notti magiche cantata da Bennato e Giannini, dal rigore sparato alle stelle da Baggio, dai triangoli amorosi di Beverly Hils, dai diari con i lucchetti e da tomi di enciclopedia che sembravano omniscienti e imprescindibili.

Sono cresciuto negli ’90 che ancora qualcuno rimpiange. Cresciuto sotto un patologico ottimismo, spinto a pensare di essere speciale e poter raggiungere qualsiasi risultato. Sino al 2000 però. Gli anni 2000 sembra non ricordarseli nessuno o forse nessuno li vuol ricordare. Io ricordo la fatica per comprendere l’euro e un mutato sentimento verso il futuro. Un futuro non più roseo come lo avevano raccontato ma caratterizzato da una parola – crisi – che specie dopo il 2008 non ci avrebbe più abbandonato.

Subito dopo il liceo mi dissero che avrei dovuto scegliere bene. Che una laurea era imprescindibile e che comunque non sarebbe stato facile.
Avevano quasi ragione loro: una laurea alla fine non la presi ma le difficoltà invece le incontrai tutte. Una ad una. Dalle enciclopedie a Google, dal passaparola al personal branding, dalle referenze ai like. In un mondo globale e fatto di pixel sembrava sempre che fossimo arrivati al massimo delle complessità. Solo che non era affatto così e ogni giorno crescevano.

Abbiamo vinto i mondiali, quello sì, ma per il resto poche altre cose degne di nota e di cui si può avere nostalgia. Certezze zero. Speranze da formulare in piccolo. “Andrà meglio” ci siamo ripetuti negli anni.
Solo che non funziona affatto così. È più simile alla scena di Frankstein Junior con il professore che chiede cos’altro potrebbe succedere e Igor che risponde: “potrebbe piovere”.

E infatti ha piovuto. Come nel 2020. Chi se l’aspettava una pandemia?

Dal 2020 mi porto una lezione che per molto tempo non ho voluto imparare: può andare peggio. L’ottimismo sembra roba da coraggiosi ed è bello pensare a una vita spericolata, come cantava Vasco, a proposito di anni ’90. Solo che di spericolato c’è già tutto che abbiamo intorno.
Serve prepararsi. Proteggersi. Fare passi piccoli e trovare qualche punto a cui ancorarsi se si alza il vento.

in un qualche giorno del 2019, scrissi su Linkiesta un pezzo che esortava a bruciare i piani B e puntare tutto da qualche parte. Dopo aver condiviso il pezzo mi chiamò un amico e mi disse che non era per nulla d’accordo. Qualche mese dopo lo avrei affiancato nella scrittura del suo nuovo libro, Alternative, che parlava proprio di quello: di piani B, alternative appunto ed exit strategy. Uno dei consigli che permea il libro si può sintetizzare con una celebre frase di Andy Groove: paranoia is helpful.

Con paranoia, da un punto di vista medico, si intendono condizioni non a volte patologiche in cui una persona si ritiene vittima di persecuzioni e complotti, ma in generale e nell’accezione di Groove, descrive una forma di paura rafforzata verso il corso degli eventi, un atteggiamento di scettica prudenza, anche esasperata, verso il futuro.

Prim’ancora che pandemia entrasse nel linguaggio comune e nei discorsi istituzionali, ho acquistato un frigo supplementare, un congelatore professionale, fatto scorte come in guerra, non mandato più i miei figli a scuola mentre nel Paese si continuava a discutere con indecisione. Ho tagliato ogni spesa superflua, rinegoziato contratti e debiti, rivisto, a volte in difetto o profondendo più impegno, gli accordi con i clienti per rinsaldarli. Ho iniziato a essere meno schizzinoso, prima di essere costretto.

Alla fine, per quanto debba dire di vivere in una regione e in una città relativamente poco colpita, ne sono ad oggi uscito indenne. E, per quanto potrebbe trattarsi solo di fortuna, non penso che la mia paranoia sia stata spropositata. Forse sì, mi sono sbagliato. Ma, citando Taleb: se sei paranoico mille volte e ti sbagli mille volte, rimani vivo. Se non sei paranoico e ti sbagli una volta, sei morto.

In tempi così complessi e così connessi, provare a farsi trovare pronti e preparati è la cosa più saggia che si possa fare. Se scrivo di questo 2020 in modo tutto sommato sereno lo devo anche e soprattutto a questo.
La mia lezione per il 2021 e per gli anni a venire è questa: sii preparato. Sii cauto. Sii diffidente. Può piovere. E a volte viene giù m.

Essere il tizio con l’ombrello può renderti ridicolo e forse anche impacciato quando c’è il sole. Ma quando piove, beh quando piove è tutta un’altra storia.

2) Non fai così schifo

Il 2020, per quanto possa sembrare ironico, ci ha reso tutti più vicini. Ha azzerato le distanze. Nelle difficoltà siamo più o meno tutti sulla stessa pagina. Sono quasi spariti gli eroi senza macchia e quelli senza paura. Per rimanere in un ambito professionale, scorrendo i social, abbiamo visto guru e maestri di realizzazione personale molto meno sicuri. Intenti a compilare richieste per i bonus per le partite iva e quello per i monopattini. Hanno aumentato la loro esposizione mediatica, sono diventati quasi tutti cabarettisti e intrattenitori. Hanno riciclato corsi e altre cose di poco valore, provando a scambiarli per due o tre soldi. A volte, non ci sono neanche riusciti.

So che questo può sembrare cattivo ma per la gente “comune”, per chi li ha sempre visti come atleti fuori concorso, uomini e donne di successo, è stato salvifico. È stata la riprova di quanto da tempo tutti ci dicevamo senza crederci troppo: i social non sono la realtà.

La realtà è che tutti giochiamo ad apparire migliori. Solo che non lo siamo.
Siamo come siamo e, in genere, tranne alcune eccezioni, non facciamo così schifo.

Le mascherine hanno svelato più di quanto coperto. E, come cantava Masini, ancora a proposito di anni ’90, vaffanculo.

La mia anima è più vera della maschera che porto
Finalmente te lo dico con la mia disperazione:
Caro mio peggior nemico travestito da santone
Vaffanculo, vaffanculo

3) Per qualcuno è una grande chance

Prima ho detto che degli anni 2000 nessuno ricorda molto. Ma non è vero. Io, ad esempio, ricordo con piacere sia la crisi che l’esplosione del digitale. Non è masochismo ma l’entusiasmo provato da chi per un po’ di tempo ha creduto che i giochi fossero fatti e la sconfitta assegnata. Nel 2018 su questo ci ho scritto un libro, Pixel in crisi, in cui la tesi, niente di rivoluzionario, è che in un momento in cui ogni certezza viene meno c’è tanto spazio per chi è all’angolo e per chi ha seguito strade non convenzionali.

Negli anni ’90, almeno qui dalle mie parti, si diceva MammaFausa. Stava a significare che lo svolgimento di una gara era stato falsato da qualcosa e si doveva ricominciare. Per chi era andato male o pensava di poter fare meglio sentire quella parola era una liberazione.

In questo mondo apocalittico in cui ritroviamo è stato il Covid a dirlo: Mammafausa. Anche di questo concetto qualcosa sui libri avevamo letto. Alle voci “disruption” e “vantaggio competitivo”.

Nel ventunesimo secolo partire prima non è più un vantaggio così determinante, quel che conta è la capacità di mantenere un qualche tipo di vantaggio nel corso del tempo. Ma per fare questo bisogna fare i conti con il cambiamento, con un cambiamento veloce e inesorabile. Disruptive. In parte, è una buona notizia.

Per chi, ad esempio, si trovava a combattere contro ingiusti vantaggi. Per chi stava iniziando adesso. Per chi era stanco di quel che faceva prima, sognava di reinventarsi ma temeva fosse troppo tardi.
Mammafausa. Si ricomincia.
Vamos!

4 ) La distanza è un aspetto mentale

L’altro giorno ho letto questa frase: non trovi una comunità, crei una comunità. È una frase in cui mi ci ritrovo e che ho ritrovato in questo 2020.
È vero siamo dovuti stare a distanza. Anche da chi amiamo. Anche da una mamma o da una sorella. Ma la distanza è qualcosa di mentale ancora prima che fisico.

Per me che da sempre lavoro da remoto, con clienti a migliaia di km, che in fondo vivo anche in un angolo remoto e lo faccio con piacere, è stata la riprova.

Nei mesi più duri ho avuto accanto a me persone distanti. Ma vicine. Anche tramite le ormai classiche call zoom – che per inciso hanno caratterizzato i miei ultimi dieci anni – ho sentito empatia e trovato voci amiche.

Con alcune di queste voci e persone avevo da tempo un rapporto già forte. Con altre questa pandemia e le nuove difficoltà è stata il motivo per rinsaldarlo. Renderlo più vicino. Anche a distanza.

Creare comunità. Perché in fondo di persone intorno ne abbiamo sempre tante e forse troppe. A volte cerchiamo di aggiungerne di nuove alla nostra cerchia. Come se i problemi della vita potessimo risolverle incontrando un nuovo eroe o alleato. E come se quelli che abbiamo già nella nostra cerchia non avessero contribuito allo scopo.

Ma le comunità come dice quella frase non si trovano. Si creano.
Serve un impegno. E forse le difficoltà hanno permesso questo genere di impegno. Anche se siamo tutti così colpiti da non potere abbracciare, lavorare gomito a gomito, stringere la mano, la vera distanza è quella di valori, interessi, visioni, scopo.
La distanza è un aspetto mentale.

5) Va bene non essere produttivo

Con il primo lockdown è emersa la corsa alla produttività. Imparare una nuova lingua, una nuova competenza, scrivere un libro, una canzone, lanciare un corso. A me è piaciuto sentire Baricco rispondere che non stava scrivendo niente: non trovava le parole, non ne aveva voglia.

Dubito che tra coloro che si sono lanciati nella scrittura di book e instant book vi sia qualcosa di paragonabile a Novecento.

Accettare di essere stanchi, accettare di essere smarriti significa ricordarsi di essere umani. Va bene non avere voglia. Sentirsi stanchi e svuotati.

Ad agosto sono svenuto per strada. Ho passato un mese tra cali di pressioni e attacchi di panico. Qual è il problema? Mi chiedevano tutti.
Non lo so ma sono stanco.

In questo 2020, da un punto di vista razionale, ho fatto meno di quanto avrei potuto fare. Ma mi sono detto da parecchio tempo che va bene così.
Ogni tanto va bene prendersi una pausa. Come diceva Miky: “è contro il regolamento riprendere fiato?”

6) La rivincita della carta igienica

Nel 2020 abbiamo scoperto un paio di cose. Ad esempio, che la carta igienica è molto più utile dei libri su come pensare positivo.
Che le pile, che per tanto tempo abbiamo considerato banali, sono più utili delle app per rimanere concentrati.
Che i medici e gli infermieri sono più utili, e anche fighi, dei motivatori e degli imprenditori seriali da strapazzo con i loro jet (presi a noleggio o photoshoppati).
Che andando a fare la spesa accompagnati dalla paura, e comprando realmente per bisogno, con pochi soldi o la paura di averne presto pochi, di sentirci vicini ai valori delle aziende produttrici di detersivo per i piatti, del sapone o appunto della carta igienica ci interessa poco.
Che quando acquistiamo non per impressionare gli altri o ingannare il tempo, ma lo facciamo per bisogno, ciò che vogliamo sono soluzioni non proposte di soluzioni servite in grande stile.
Che il corteggiamento ci interessa sempre meno e le tecniche di seduzione ci lasciano tutti un po’ più indifferenti.

Sarà, probabilmente, un mercato con meno soldi e meno pazienza. Meno tolleranza per la persuasione e forte orientamento verso cose solide e cose vere.

Non è più il tempo in cui cercare di fare esclamare wow alle persone, ai clienti. È il momento di risolvere i problemi. Ne abbiamo e ne avremo tanti, e di diversi. In parte, anche questa è una buona notizia. E ne ho parlato meglio qui

7) Sai cosa conta? Un cuore che batte

Ogni telefonata nel 2020 si è aperta con una domanda: come stai? E le risposte principali includevano il modo in cui si cercava di rispondere alla crisi. Sanitaria ma anche soprattutto economica.
Eh, ho perso questo…
Eh, mi è saltato questo…
Eh, se continua…

Solo in Italia mi pare siano saltate qualcosa come trecentomila imprese. Nel campo dei liberi professionisti sono ancora di più quelli passati dalla precarietà alla povertà.

Eppure, dall’amministratore delegato al freelance, non ho mai visto veramente addolorato nessuno per questo. Li ho sentiti tremare, a volte piangere, parlando di una mamma, di un papà, di una sorella o di un amico di infanzia. Che stava combattendo. O che non c’era più.

Alla fine, questo 2020 è stato soprattutto un anno di morte. Ma con lezioni sulla vita. Che anche se intorno vediamo sempre gente che soffre e che se ne va crediamo non tocchi mai noi. E invece lo fa.
E quel che conta è un cuore che batte.

Il 2020 poi è stato l’anno della mia terza figlia. È nata il 4 febbraio, un attimo prima dell’emergenza. Ma è nata troppo presto. È stata 15 giorni in terapia intensiva e l’ho potuta prendere in braccio solo dopo parecchio tempo.

In quei giorni ero terrorizzato. Mi avvicinavo all’incubatrice, a volte da dietro una lastra di vetro ancora più spessa e mi interessava solo questo: di un cuore che batte.

Oggi è casa, è cresciuta bene anche se in un tempo pandemico e senza troppe possibilità di vedere il mondo. Ma sta bene.
E anche con mille difficoltà e tutte le incertezze per me conta solo questo. Del suo cuore che batte. Di quello dei suoi fratelli. E di un’altra manciata di persone a cui voglio davvero bene.

Colonna sonora: If It Makes You Happy, anno neanche a dirlo 1996

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