“Perché tu?” o “Perché no?”

Se è vero che il nostro mondo è fatto dalle domande che ci poniamo, ce ne sono due che incidono profondamente nel nostro modo di fare le cose, in ciò che otteniamo e nel modo in cui lo otteniamo. Tutto inizia chiedendosi il perché. Ma in un caso la domanda è profonda e dolorosa, in un altro è retorica.

Perché no? (il potere di chi non ci sta troppo a pensare)

Quando qualcuno mi chiede come ottenere attenzione in questo mondo digitale e così distratto, come cioè provare a ritagliarsi uno spazio e intercettare opportunità, inizio sempre da qui. Tempo e pazienza.

Ma anche un altro ingrediente che non tutti hanno o che non tutti vogliono adoperare. Non ho ancora deciso come potrebbe chiamarsi questo ingrediente ma so per certo che fare con questa domanda: “perché no?”

Basta essere cittadini di questo mondo, connessi cioè a qualche social, per averne la prova. Trovi contenuti, idee, proposte, corsi, proposti da persone quantomeno improbabili. In modo improbabile.
E poi però ti accorgi che, presto o tardi, almeno un certo numero di volte, queste persone riescono ad avere ragione. Ottengono visibilità, consensi, risultati.
È un po’ come una profezia che si auto avvera: una previsione che si realizza per il solo fatto di essere stata espressa, un risultato che si ottiene per il solo fatto di essere cercato.

“Nel mercato finanziario, ad una convinzione diffusa dell'imminente crollo di un'azienda, gli investitori possono perdere fiducia e mettere in atto una serie di reazioni che possono causare proprio il crollo della stessa. In psicologia, una profezia che si autoadempie si ha quando un individuo, convinto o timoroso del verificarsi di eventi futuri, altera il suo comportamento in un modo tale da finire per causare tali eventi.”

In questo caso il risultato è invece positivo e ha a che fare con qualcosa di molto più concreto che questioni magiche o di auto suggestione.
Il punto è che, al di là di quanto qualcuno sia legittimato a dire e proporre un qualcosa, e al di là del fatto che ci sia qualcun altro che potrebbe farlo meglio, chi lo fa, chi si esprime e chi si espone è comunque avvantaggiato.
La percezione è tutto e in questo caso possiamo dire si tratti di una percezione “orientata”.

Il primo punto su cui si poggia è il principio di familiarità.
Diversi studi hanno mostrato chiaramente come, in quanto umani, amiamo affidarci e scegliere cose che ci risultano familiari e attribuire a cose familiari qualità positive; è il motivo per cui tanti marchi spendono milioni per mettere i propri prodotti sempre in mezzo alle nostre vite.

Il meccanismo funziona alla perfezione anche nel caso di un professionista: si inizia a comunicare in una direzione, con un atteggiamento ben preciso, si diventa familiari, alla fine il messaggio passa davvero e la persona in questione si trasforma nel punto di riferimento di un settore o di un modo di fare le cose.
Purtroppo, questo è anche il motivo principale per cui tanti brutti personaggi riescano ad ottenere seguito e anche di diverse truffe, più o meno gravi, che vengono messe in atto.

Ma non è questo il punto. Il punto è che se ci si chiede “perché no?” potrebbe essere difficile trovare motivi validi. E in effetti, quello più plausibile - “non è possibile”- è smentito da quanto appena detto.

Oppure, altra dinamica che influisce riguarda il gioco dei numeri.
Se ne provo dieci e una mi riesce ottengo comunque un risultato. E, ancora una volta, questo porta un vantaggio a chi è lì, ancora a ponderare…
Non è per tutti però. È quel famoso ingrediente di cui parlavo: essere disposti a correre rischi (essere denigrati, almeno per un certo periodo di tempo).
Ma più di tutto riguarda in cosa crediamo e cosa cerchiamo. O, in altre parole, conta davvero solo il risultato? Una persona che ottiene risultati è davvero felice?

Potremmo aprire una lunga discussione ma la cosa migliore mi sembra dire che per alcuni è davvero solo questo che conta e che i risultati, per alcuni, mettono a tacere ogni voce interiore e ogni ambizione a una vita e un lavoro di significato.

Perché tu? (la dura vita di chi ci pensa sempre troppo)

E poi c’è il mondo dei pensatori e dei pensierosi. Quelli che si sforzando di trovare un vero motivo. Che si chiedono “perché sì?” anziché “perché no?”
Sembrano facce della stessa medaglia ma in mezzo è l’abisso.

È qualcosa che mi è diventata molto chiara giocando a poker. Quando un giocatore nel poker è chiamato a vedere una puntata, deve considerare la forza della sua mano e quella dell’avversario, più naturalmente una serie di possibili evoluzioni che potrebbero avvantaggiarlo o svantaggiarlo.

Discorso complesso. Per semplificare, al tavolo bisogna dunque capire se conviene o non conviene scommettere su se stessi. La maggior parte dei giocatori amatoriali è della categoria “perché no”?

“Perché no? Potrebbe avere una mano terribile.”
“perché no? Potrebbe cadere una carta che completa il mio punto e potrei vincere il piatto.”

Come detto è un discorso complesso, a volte è davvero corretto ragionare in questo modo ma più spesso cela l’atteggiamento di chi sta cercando di trovare un motivo per cui non passare e giocare.

Chi si chiede “Perché sì” invece entra in una modalità di ragionamento ben diversa che lo porta ad analizzare in maniera lucida la forza della propria mano e le reali probabilità di vittoria. Quasi sempre tocca passare.

Nella vita è ancora più complicato. Non si tratta solo di capire se e quanto è probabile ottenere un risultato ma di chiederci anche se quel risultato ci renda davvero felici o se ci renda felici ottenere risultati in un certo modo.

“Perché no”, per alcune persone perde senso. Non è quello il punto.
Si tratta allora di un’altra domanda: “perché tu?”
Perché noi?
Perché dovremmo essere proprio noi a dire questo o fare questo?
Ma anche: è davvero questa la nostra chiamata?
Ci sono strade e obiettivi che ci entusiasmano di più e ci fanno fare pace con noi stessi pur cercando di raggiungere un risultato?

È un labirinto di domande.
È una giungla fitta e con mille insidie. Lo stesso luogo in cui probabilmente abita la sindrome dell’impostore.

Ma anche la ricerca di senso e significato.
Perché tu? Perché io? Perché sì?

Patti, scelte e compromessi

Per Harari, si tratta di nient’altro che un patto. “A una prima occhiata, la modernità può sembrare un patto estremamente complicato e per questo pochi cercano di comprendere davvero i termini di quanto hanno sottoscritto. Proprio come quando si scarica un nuovo software e ci viene richiesto di firmare un contratto di licenza che consta di dozzine di pagine scritte in giuridichese: diamo un’occhiata, scorriamo rapidamente fino all’ultima pagina, spuntiamo la casella “Accetto” e poi ce ne dimentichiamo. Ma a ben vedere si tratta di un patto molto semplice, e il contratto può essere riassunto in una sola frase: gli esseri umani accettano di rinunciare al significato in cambio del potere.”

Ralph Emerson ne parlava in questi modi:
“Tutti noi dovremmo imparare a seguire quel guizzo che si agita dentro la nostra mente piuttosto che lo sfavillio che circonda i vati e i sapienti. E invece accade che spesso abbandoniamo senza nessuno scrupolo il nostro pensiero, proprio perché è nostro, ma poi, in ogni opera di rilievo riconosciamo quelle stesse nostre idee che avevamo rimosso. Ritornano a noi rivestite di una credibilità che altri hanno saputo attribuirgli.
Domani, uno sconosciuto potrebbe dirci con perfetta logica quello che ci apparteneva e abbiamo respinto, e noi saremo a questo punto obbligati a ricevere da un’altra persona quella che era la nostra opinione. Ad un certo momento della vita ogni uomo realizza che la competizione è ignoranza; che l’imitazione è suicidio; che deve saper accettare i lati buoni e cattivi di se stesso; che per quanto il grande universo sia benevolo e magnanimo, non avrà nemmeno un piccolo chicco di grano se non si impegnerà e lavorerà duramente su quel pezzo di terra che gli è stato dato da coltivare. (…)
Un uomo si sente felice e rinfrancato quando ha riposto tutto se stesso nella propria opera e ha fatto del suo meglio; tutto quello che ha detto e fatto in modo menzognero, non gli darà pace. È una liberazione che non libera. In questi frangenti il suo genio lo abbandona; nessuna musa lo soccorre; non è più creativo, non ha speranze. Credi in te stesso: ogni cuore vibra a una corda di ferro come questa.”

Ne te quaesiveris extra, diceva.

Mi sembra che questa pandemia lo stia urlando forte. Al tempo in cui gli obiettivi sfuggono e diventano sempre più difficili da raggiungere, è probabile che la strada sarà scegliere chi essere più che cosa fare.
Chiedersi “perché tu?” anziché “perché no?”