Il 4 febbraio è nata la mia terza figlia. Prima del previsto. Forse troppo.

Non sono riuscito a vederla se non per un’istante. Poi il medico mi ha informato che c’era stato un problema legato alla respirazione, qualche secondo senza ossigeno e che vista la prematurità bisognava agire con la massima cautela.

Il mio interlocutore era un tipo strano. Ricci nervosi in testa, nervosi quanto il suo modo di parlare. E nervoso il suo modo di infondermi calma.

“Va tutto bene adesso”, mi disse. Bisognava solo seguire il protocollo e avere pazienza.

Dopo qualche ora, mi permisero di avvicinarmi all’incubatrice. Mia figlia era lì con gli occhi chiusi, già stanca, con un sondino gastrico e una dozzina di fili e tubicini legati al corpo.

Sarebbe rimasta in quella situazione per una settimana, con me che andavo a parlarle da dietro un vetro per mezz’ora al giorno.

Poi ancora una settimana di osservazione.

E poi, finalmente, tutto andò bene.

La prima volta che presi in braccio mia figlia aveva già sedici giorni di questa terra. Il suo primo mese l’ha passato a metà tra ospedale e la sua casa.

È nata due chili, quattrocento grammi e qualche spicciolo. Ne ha persi un paio durante le prime settimane e oggi, a poco più di un mese, ne pesa due chili e mezzo, quasi tondi.

Due chili e mezzo di speranza.

Direzioni e senso

Nei quindici giorni di calvario, così almeno mi è sembrato tornare a casa padre di una figlia ma senza averla a casa, ho fatto avanti e indietro da casa all’ospedale per quattro volte. Circa 120 km quotidiani, cercando di arrivare puntuale in ospedale ma anche a scuola per gli altri due miei figli.

Ciò nonostante, non ho lasciato da parte neanche per un attimo il lavoro.

Sì, forse il mio rendimento è calato. Sì, forse sono stato meno puntuale e più impreciso, ma non mi è mai passato per la mente di dire: “basta, adesso devo pensare a quest’altro”.

Un mio cliente, che poi ormai considero un amico, mi ha chiamato giorno dopo giorno per sapere come procedeva la situazione e se mi poteva essere di aiuto. Già nei giorni prima della nascita improvvisa – ma qualche segnale già c’era – mi scrisse chiaramente di sentirmi esonerato da ogni lavoro e di stare tranquillo.

Risposi ringraziando e rifiutando.

Il giorno dopo la nascita della mia bambina, appena uscito dalla mezz’ora che mi veniva concessa, ero in macchina per una conference call concordata con dei clienti.

Forse può apparire cinico ma ho imparato con il tempo, e tanti errori, che il modo migliore per avere a cuore i propri cari è prendersene cura. E per prendersene cura, piaccia o meno come concetto, il lavoro e i soldi sono una componente fondamentale.

Per chi vive dei frutti del proprio lavoro, imprenditori e tutto il bizzarro popolo delle partite iva, questa è la normalità.

E così ho continuato il mio lavoro. Anche stanco. Anche con due ore di sonno a notte. Anche con mille pensieri. Anche quando l’unica cosa che avrei voluto era starmene da solo e non pensare a niente.

E poi sì, tutto è andato bene.

Imprevisti e probabilità

Poi succede che nella vita le carte delle probabilità e degli imprevisti saltino fuori più che al Monopoli. Ed abbiano effetti reali.

In una di queste c’è scritto virusqualcosa. E ti sembra una cosa brutta ma lontana.

Poi ti sembra più vicina. E in un momento quando ti sei abituato all’idea di convivere con un pericolo ti accorgi che si tratta di qualcos’altro. È cambiamento.

Un cambiamento rivoluzionario al quale non puoi sottrarti in nessun modo.

Come hanno scritto tanti più intelligenti di me, in una società così connessa i danni sono amplificati. Siamo legati a doppio filo l’uno all’altro e succede che la fragilità di uno diventa quella dell’altra, cioè la tua.

Io sono in Sicilia, in una città ad oggi ancora tranquilla, in un paesino in cui vivono – letteralmente 19 anime – e in una casa in collina in cui è più facile imbattersi in cinghiali e ricci che in un portatore asintomatico di covid19.

Ma non lo sono i miei cari. E non lo sono di certo i miei clienti. E i clienti dei miei clienti.

Alla fine, per quanto sia bello dirci che andrà tutto bene e che noi non ci fermiamo, è arrivato il momento di dirlo e di ammetterlo: il coronavirus ci ha fottuti tutti.

Chi con i suoi progetti, chi con le sue certezze, chi con le sue paure. Tutti insieme nel calderone della fragilità umana di fronte all’imponderabile.

Che poi, era davvero così imponderabile?

Sebastiano Zanolli, con il quale ho la fortuna di parlare da tempo con costanza, ha scritto chiaramente che non lo era affatto. E, prim’ancora, aveva scritto un libro che oggi si fa fatica a scegliere se definire intelligente o dire abbia portato sfiga. “Alternative”. Sottotitolo: aspira al meglio, preparati per il peggio, e tieni sempre pronto un piano B.

Come società, e come umani, siamo senz’altro tarati per aspirare al meglio. Al peggio però, alla resa dei conti, non lo eravamo affatto.

Un piano B? Forse qualcuno lo aveva, qualcuno è riuscito a tirarlo fuori dal cilindro e qualcun altro, credo e spero molti, si sta attrezzando.

Ma sinceramente, come esseri umani, nessuno ha mai potuto fare il callo agli eventi avversi.

Ci rimane l’astio in bocca, i dubbi sulla schiena, la paura.

E le balle.

Come il raccontarci che lo smart working salverà il mondo. Non lo farà.

Che il digitale sia l’ancora alla quale aggrapparsi. Forse è vero. Ma in parte. È vero per sfogarci e sentirci meno soli adesso che siamo tutti in casa e quando siamo fuori dobbiamo stare a due metri, o forse più, di distanza. Ma per i nostri progetti, di qualunque tipo, il digitale non è e non sarà la panacea dei nostri mali.

Da splendido strumento, la tecnologia, per quanto si possa sentire intelligente, ha bisogno e si basa su noi umani.

Quando gli umani non hanno voglia di muoversi, spendere, comprare, lavorare, sognare. O quando gli è impedito, la tecnologia serve a poco.

E allora niente, scriviamo insieme la parola fine

Sempre quel cliente di cui parlavo prima, sempre quel mio amico, mi ha scritto adesso che è meglio accettare la situazione. Per giorni abbiamo ragionato insieme su come contrastare l’emergenza, lavorativamente parlando, e sbloccare nuove opportunità.

Alle 22:45 di lunedì 9 marzo mi ha scritto che è stanco. E lo sono anche io. “meglio accettare la situazione e sperare passi presto”.

Alle 22.55 dello stesso lunedì, ho aperto una bottiglia di vino, mi sono messo sul divano e ho pensato di dire a me stesso che sì, come scriveva Siti, resistere non serve a niente.

Poi però mia figlia, dal piano di sopra ha pianto. Ha fame.

E mi sono ricordato dei suoi due chili e mezzo.

Sono due chili e mezzo di speranza.

E come forse migliaia o milioni dei miei antenati ho capito: è quel che serve. È quel che basta.

Bastano due chili e mezzo di speranza, che per alcuni saranno cinque e per altri trentacinque o centoventi. Non importa.

Basta un pensiero felice per non sprofondare a terra. La responsabilità di prendersi cura, prim’ancora che di noi, di qualcun altro abitante di questo pianeta.

All you need is love.

È quel poco che ci rimane, da società più ricca e tecnologica della storia, per andare avanti.

È la ricetta con cui l’essere umano ha sempre cucinato resistenza e resilienza.

Gli ingredienti sono questi; è solo che non conosciamo il tempo di cottura.

Sono salito al piano di sopra per controllare la mia bimba. Mi guarda con i suoi occhi blu e pare stia ridendo.