In questi giorni combatto una guerra silenziosa con la richiesta, da parte di alcuni clienti, di una linea di comunicazione efficace. Mi vengono chiesti lumi su contenuti utili e posizionanti ma, sinceramente, penso che per una volta sui social sia il posto dei gattini.

O meglio, non proprio gattini. Ma di leggerezza. Leggera speranza. Di diffondere buone notizie perché di cattive ne abbiamo sin troppe.

Che poi è quello che fanno le persone normali.

E le aziende perché mai dovrebbero essere alieni?

Quello che si sta dicendo questa crisi, tra concerti alla finestra, arcobaleni, messaggi di resilienza scritti su tovaglioli e pannolini, è che l’homo economicus è prima di tutto un uomo. Umano.

Homo Motus. Tremendamente e splendidamente emotivo.

Di sicuro non è un Deus.

Icaro e Homo Deus: passato e futuro dell’umanità

A sud dell’isola greca di Samo si trova il tratto di mare dove Icaro, secondo il mito, sarebbe morto, vittima della propria hybris. Lui che voleva violare le leggi della natura. E volare.

Questa storia che tutti conosciamo è un monito a non elevarsi troppo, sebbene a tutti pare di averne la possibilità.

Recentemente, insomma era il 2012 se non sbaglio, Seth Godin rivisitò la favola e la morale in un libro che ebbe molto successo: “Quel pollo di Icaro”; la versione italiana.

“Ci hanno sempre detto di seguire le regole e non rischiare. Ci hanno messo in guardia ricordandoci che abbandonare la vecchia strada è pericoloso ed è molto meglio avere una serie di regole sicure da seguire. Tenete la testa bassa. Non volate troppo vicino al sole. Ma di cosa stiamo parlando? Non uscire dalla zona di comfort non è un consiglio praticabile nell’era della connection economy, ora bisogna fare i conti con una nuova verità: la prudenza è sempre troppa.”

È un’idea affascinante e per niente originale. È quanto crediamo da anni e abbiamo cercato da anni di mettere in pratica.

In Homo Deus, breve storia del futuro di Yuval Noh Harari – se dovete leggere un libro di questi tempi, leggete questo – viene esposta la direzione in cui l’umanità sembra andare. È un libro lucido e lungimirante e penso che la prova sia in questo passaggio:

“Oggi è più probabile che l’uomo medio muoia per un’abbuffata da McDonald’s piuttosto che per la siccità, il virus Ebola o un attacco di al-Qaida.”

Una previsione che oggi fa ridere ma che paradossalmente dà ancora più credito all’autore: homo deus è una bolla. Un’altra storia, apparentemente più scientifica ed evoluta che sostituisce quelle alle quali per anni i nostri antenati erano abituati: le religioni, il paradiso, Icaro.

Prima, le persone condividevano l’idea che gli uomini avessero un ruolo in un grandioso progetto cosmico, concepito da divinità onnipotenti o governato dalle leggi eterne della natura, e per questo motivo immodificabile. Potevamo fare poco.

La nuova storia invece prevede che possiamo fare tutto. La tecnologia è un altro modo per chiamare il coraggio che ci ha permesso ritenerci dei, di poter conquistare qualsiasi cosa e di non preoccuparsi per chi non ci riusciva – dal momento che, come noi, anche loro con il giusto impegno, e se davvero lo meritavano, avrebbero potuto riuscirci.

Su tutti e tutto. Superiori. Dei.

Il 90% degli animali di grossa stazza è addomesticato. Tigri e leoni sono più belli e forti di noi ma muoiono sotto i colpi della nostra tecnologia.

Lo abbiamo scambiato per manifesta superiorità e la conferma della tesi di Darwin.

Mentre invece, per dirla con Stephen King, quello che Darwin per delicatezza non ha voluto dire, amici miei, è che se siamo diventati i padroni del mondo non è stato perché siamo i più intelligenti ma perché siamo sempre stati i più pazzi e sanguinari figli di puttana della giungla.

Talmente intelligenti e crudeli da pensare di potere controllare tutto, condensarlo in dati e dimenticare le persone. Di essere persone.

“Così avanzati che misuriamo le nostre catastrofi su una scala diversa. Prendi la crisi dell’Ebola. Sebbene sia considerata una grave epidemia moderna, ha ucciso “solo” 11.000 persone.” Scriveva Harari nel 2015.

E oggi è uguale. O peggio.

In Italia si disquisisce sulle morti da coronavirus e per coronavirus. Si snocciolano statistiche rassicuranti su quante migliaia muoiono ogni anno per le influenze stagionali e che, in fondo, le migliaia di morti che stiamo subendo e alle quali andremo incontro saranno relativamente poche.

Per Johnson si tratta di pecore, di alcune migliaia di morti da mettere in conto e prepararsi a perdere i propri cari.

Ecco il risultato del progresso: sanguinari estremamente intelligenti, progressivamente meno umani.

Il patto e la voglia di tornare indietro

Sempre per Harari, si tratta di nient’altro che un patto.

“A una prima occhiata, la modernità può sembrare un patto estremamente complicato e per questo pochi cercano di comprendere davvero i termini di quanto hanno sottoscritto. Proprio come quando si scarica un nuovo software e ci viene richiesto di firmare un contratto di licenza che consta di dozzine di pagine scritte in giuridichese: diamo un’occhiata, scorriamo rapidamente fino all’ultima pagina, spuntiamo la casella “Accetto” e poi ce ne dimentichiamo. Ma a ben vedere si tratta di un patto molto semplice, e il contratto può essere riassunto in una sola frase: gli esseri umani accettano di rinunciare al significato in cambio del potere.”

Significato in cambio di potere.

Apparente progresso in cambio di umanità.

Roulette russa e storie alternative che si manifestano

Come sarebbe andata a non firmare il patto?

Prendo in prestito un’idea geniale di Nassim Taleb.

“Immaginate che un eccentrico (e annoiato) magnate vi offra dieci milioni di dollari per giocare alla roulette russa, ovvero per puntarvi alla testa una pistola contenente una sola pallottola sulle sei che potrebbe alloggiare, e premere il grilletto. Ogni risultato produrrebbe una storia, per un totale di sei possibili storie di uguale probabilità.

Cinque di queste sei storie conducono alla ricchezza; la sesta, a una semplice statistica e a un necrologio con la descrizione di una morte imbarazzante (ma certamente originale).

Il problema è che solo una delle storie viene di fatto osservata, e il vincitore dei dieci milioni si guadagnerebbe l’ammirazione e il plauso di qualche giornalista (dello stesso tipo che ammira incondizionatamente coloro che figurano nella lista Forbes dei cinquecento uomini più ricchi del mondo).

Le persone osservano i segni esteriori della ricchezza senza avere la benché minima idea della loro origine (chiamiamo tale origine “generatore”).

Per quanto le altre cinque storie non siano osservabili, non è difficile farsi un’idea di quali possano essere le loro caratteristiche; basta un

minimo di riflessione e di coraggio. Inoltre, se nel corso del tempo si continua a giocare alla roulette russa, le storie negative tenderanno a farsi sentire.”

Mi viene in mente questa storia perché penso sia allo stesso tempo il problema e l’opportunità che ci troviamo davanti.

Per la maggior parte delle persone, una minaccia come quella che stiamo affrontando, è la prima vera minaccia che abbiamo incontrato nelle nostre vite.

Per quanto sono cosciente che si tratti di un esercizio di stile, la situazione alla quale assistiamo può essere equiparata ad un giro di giostra alternativo, a una delle pallottole che abbiamo avuto la fortuna o la sfortuna di non esplodere.

Oggi sto scrivendo da una casa in collina, in Sicilia, in uno dei punti teoricamente peggiori per chi voglia fare business. Eppure, in questa storia alternativa, sono incredibilmente fortunato: i miei figli per quanto chiusi in casa possono giocare in uno spazio di 5000 metri tra decine di alberi da frutto.

Viceversa, la persona più connessa al pianeta, che lavora da Milano con tutti i servizi che remano verso il suo successo, si ritrova all’epicentro del contagio ed è quasi sempre costretto a lavorare in cubicoli improvvisati per l’occasione all’insegna dello smart working.

Gli infermieri, “gente che non è neanche un medico e prende uno stipendio da fame” sono diventati le persone più preziose del pianeta.

Tra Burioni e Tony Robbins, quello figo e da ascoltare è Burioni.

I calciatori, quasi tutti, si rivelano “fighette annoiate”, mentre i maestri e le mastre delle elementari, pur con le difficoltà tecnologiche specchio del paese, sono anime portatrici di responsabilità e dedizione.

Ci manca la serie A e la Champions League ma ci mancano di più gli amici ed i parenti.

I bigliettini dei bambini e i loro arcobaleni sono più creativi delle più premiate agenzie creative del pianeta.

Se ci vogliamo emozionare, Titanic è una commedia al confronto delle note, intonate o stonate, dei nostri connazionali, da nord a sud, che cantano al balcone.

Ieri è morto un operatore del 118. 47 anni. Si chiamava Diego. E chi se lo sarebbe filato se non in questa storia alternativa che stiamo vivendo?

Clausole scovate e la voglia (e chissà se anche la possibilità) di tornare indietro

Quello che questi giorni ci stanno dicendo è che una storia alternativa c’era, forse c’è. Forse è possibile.

Forse non è utopia ma solo una “pallottola che non è esplosa, che non abbiamo avuto la fortuna o il coraggio di esplodere”.

Una storia alternativa in cui non firmiamo il patto o lo stracciamo e ne scriviamo uno nuovo fatto di almeno cinque punti:

1. Ciò che aggiunge valore alle persone, alla società, alla terra dovrebbe essere ricompensato.

2. Ciò che non aggiunge valore o che reca un danno alle persone, alla società, alla terra, dovrebbe essere compensato meno o addirittura penalizzato.

3. Chiunque svolga un ruolo prezioso per la società dovrebbe essere ricompensato.

4. Meglio felici che intelligenti.

5. Meglio un po’ più poveri che miseri.

Non siamo dei

Quello che questi giorni ci stanno dicendo è che da soli, isolati e distanti a dispetto degli slogan, ci sentiamo soli. E che quando la bolla del “vado a lavorare, vado a fatturare” scoppia e ci ritroviamo nelle nostre case, ci sentiamo vuoti.

Che siamo tutti esauriti a starcene con le nostre compagne, i nostri compagni, i nostri figli.

Che dobbiamo andare su YouTube a cercare come intrattenerli e intrattenerci.

Che tutte le serie tv non ci soddisfano. Come vampiri non siamo mai sazi e se per caso scoprissimo di essere immortali sarebbe davvero un brutto colpo.

Quello che questi giorni ci stanno dicendo è che anche se possiamo scrivere in dieci chat contemporaneamente e lamentarci ma quasi tutti con le dispense piene, quello che ci manca è abbracciare mamme e nonne, e celebrare le morti, i funerali, come gli uomini primitivi già facevano.

Quello che questi giorni ci stanno dicendo è che i soldi sono necessari per andare avanti ma si tratta sempre e comunque di un’ invenzione frutto di un patto che abbiamo firmato troppo frettolosamente. Che servono nel gioco economico ma solo perché abbiamo deciso di parteciparvi.

Quello che questi giorni ci stanno dicendo è che non siamo per niente dei. E che in fondo è una fortuna.

Perché, come ci insegna il cinema, gli dei sono gente strana. Che si annoia a non fare un cazzo tutto il giorno. E che, per quanto possa apparire incomprensibile, ci invidia. Invidia la nostra capacità di essere umani. Quella di amare. E persino quella di soffrire.

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