L'8 maggio del 1950, Viggo, Emil e Grethe Højgaard, e l’undicenne  John Kauslund trovarono un cadavere.

Stavano scavando in cerca di torba, da usare come combustibile, quando si resero conto di essere di fronte a qualcosa di strano. Iniziarono a spostare lentamente la terra e lo videro. Un corpo inerme.

Chiamarono la polizia pensando a un omicidio ma dopo che gli agenti arrivarono sul posto e iniziarono le indagini, si accorsero che era meglio chiamare qualcun altro: un museo. L’uomo infatti non era una vittima di un omicidio, almeno non recente. Si trattava di un uomo morto e sepolto migliaia di anni fa.

Il caso venne affidato al Museo di Silkeborg che accertò si trattasse di un uomo vissuto durante il IV secolo a.C., durante il periodo caratterizzato in Scandinavia come l' età del ferro preromana. Per qualche strano fenomeno, il corpo si era conservato in modo stupefacente.

C’erano anche altri elementi curiosi.
L’uomo aveva un berretto. Intorno alla vita, una cintura. Aveva un cappio intorno al collo. A parte questo, era nudo.
Gli scienziati scoprirono anche che l’ultimo pasto risaliva a 40 giorni prima della morte e aveva ingerito uno strano porridge, con 40 diverse qualità di cereali grani.
Altre scoperte riguardarono l’età: intorno ai quarant’anni. Quanto alle cause della morte, gli studiosi avanzarono diverse ipotesi. La più comune fu che l’uomo fosse stato un contadino, offerto in sacrificio agli dèi, il che spiegava anche l’ultimo strano pranzo, probabilmente un rituale per propiziare il raccolto.

Lo strano caso dell’uomo di Tollund fece però scalpore anche al di fuori dell’ambito accademico. Le persone vedevano un uomo che era “riuscito” a viaggiare nel tempo ma di cui nessuno sapeva nulla. Chi era davvero? Cosa faceva nella vita?

Le persone iniziarono a creare storie.
ll poeta Seamus Heaney, vincitore del premio Nobel, scrisse "The Tollund Man", dove paragona il sacrificio rituale a coloro che morirono nella violenza settaria dei " Troubles ". Margaret Drabble , nel suo romanzo del 1989, A Natural Curiosity , usa l'ossessione dei suoi personaggi per l'uomo di Tollund per fornire una critica satirica all'Inghilterra moderna di Margaret Thatcher. Tollund Man è presente anche diverse canzoni: " Tollund Man " (1995) della band folk americana The Mountain Goats e " Curse of the Tollund Man " (2004) della rock band inglese The Darkness. Ha anche un ruolo nel cinema: è stato menzionato nell'episodio "Mummy in the Maze" della serie televisiva Bones e nel film del 2016 Sacrifice.

A distanza di anni, dell’uomo di Tollund non sappiamo molto. Ma rimane il fatto che abbiamo dovuto dargli un nome e inventare storie. Perché è questa la grande missione delle persone: dare nomi, provare a dare risposte, trovare senso. Raccontare storie. Sono le storie che spostano le persone. Ed è lì che accade la magia.

Basato su una storia vera

All'apertura di alcuni film, vedi la frase "Basato su una storia vera". “Queste cinque piccole parole”, fa notare Robert Rose, “ non sono solo un disclaimer, sono una tecnica di narrazione mirata. Ti dicono che quello che stai per vedere, per quanto assurdo o inquietante, è accaduto realmente.” O potrebbe accadere.

Il modo in cui però vengono esposti i fatti, le inquadrature, i colori, i caratteri e le battute dei personaggi, l’ordine cronologico con cui vengono presentati gli eventi, sono una storia.

Quello che ci appassiona a muove le persone sta in qualche punto tra fatti e storie, qualcosa basato su una storia vera e una storia alternativa, tra eventi e visione, numeri e magia.

So che questo può essere anche un male. E in effetti, mai come in questo momento, siamo bombardati di storie sbilanciate, in cui “basato su una storia vera” è solo un artificio per creare bugie e narrazioni faziose.
Ma è questa la sfida: cercare di trovare un equilibrio, andare oltre i fatti, cercare di non annoiare ma neanche mentire, coinvolgere senza manipolare.

Perché comunichiamo, perché dovremmo farlo di più e in modo diverso

In questi giorni la scena è stata conquistata dalla pubblicità di Burger King in cui si invitano le persone a comprare da Mc Donald e da altri concorrenti. Ho visto lo stesso post, con gli stessi fatti un centinaio di volte, condivisi da centinaia di persone diverse. È un esempio. L’esempio di ciò che non è comunicare.

Non siamo qui per raccontare cosa è successo. In un’era così tecnologica e connessa sappiamo tutti in tempo reale cosa accade dall’altra parte del mondo, cosa sta accadendo nelle elezioni Usa, i numeri aggiornati della pandemia e la lista delle imprese che stanno chiudendo.

Ma questo non crea connessione.
Non è valore. È rumore.

“Non raccontarmi più cosa dice la teoria sullo Smart Working… dimmi come caxxo ti trovi a lavorare in Smart Working!”

Quello che tutti vogliamo e a cui tutti dovremmo contribuire è provare a spiegarci.Cosa significa per te la situazione che si sta verificando negli Usa? Quali pensi possano essere le ricadute economiche di questa pandemia? Hai soluzioni?Come ti senti?

Rispondere a queste domande presuppone offrire a chi ascolta una esposizione iniziale dei fatti ma soprattutto andare oltre.
Provare a spiegare e spiegarsi è il modo in cui noi umani siamo passati dalle caverne ai social network.

Non si tratta di dover stupire ma di esprimersi.
Non di ottenere follower ma creare connessioni.

Comunichiamo o dovremmo farlo per riconoscere e consolidare il legame che ci lega. Come ha scritto tempo fa Julia Cameron, siamo qui per dire: “io sono qui e tu sei lì, e siamo in questo mondo insieme.”