Una collezione di peluche e fallimenti

A 19 anni conducevo una vita parallela. Ero uno studente universitario del primo anno, ma anche un novello venditore.

Sentivo forte l’esigenza di guadagnare qualcosa in modo autonomo e di avere qualcosa in più senza dovere aspettare chissà quanti anni.

La mattina l’appuntamento era alle 6:15 all’ingresso dell’autostrada; per arrivare puntuale dovevo svegliarmi almeno alle 5:30.

Arrivato al punto di incontro la scena era uguale ogni mattina. “Dai che si parte”, mi diceva il capogruppo che era anche l’autista della spedizione di venditori. Almeno altre due o tre persone più o meno della mia età, dall’interno dell’auto accompagnavano le sue parole con sorrisi e mani agitate. Un entusiasmo surreale.

C., l’autista, il responsabile e anche la persona che mi aveva assunto, metteva su una cassetta a tutto volume. “Eh eh, questi sono i Gregorian, è la musica che ci serve per iniziare bene la giornata e tornare a casa con tanti contratti”.

Ci spostavamo dalla città verso i paesi più improbabili della provincia. Almeno un’ora di autostrada la facevamo sempre.

Arrivati a destinazione mi sentivo sempre più a disagio. Scosso dalla musica e dalle pacche di entusiasmo che ci si scambiava durante il tragitto.

Poi C. mi indicava una zona: “vedi quelle palazzine rosa”? Vedi lì dietro quella collinetta” e quello era il segnale che avrei dovuto andare a bussare a quelle centinaia di porte e che era ora di iniziare.

Il primo giorno me lo ricordo bene. Risposi che era tutto chiaro e che avevo ben presente la nostra offerta. Però, gli chiesi, “dimmi ancora cosa vendiamo di preciso?”

Il lavoro che avevo trovato, il primo dopo lavoretti saltuari e da amici, era un lavoro a metà tra il business e la beneficienza. Ma C. diceva che si trattava davvero di beneficienza.

Noi dovevamo vendere libri ma il ricavato serviva per i poveri.

“E allora come fate a darmi tutti questi soldi?” mi veniva da dire.

Ma lo tenevo per me e ripetevo sempre “dimmi ancora cosa vendiamo di preciso”.

Ad ogni modo, a me i soldi servivano. Così alla fine anche se C. mi dava sempre una risposta diversa e molto astratta, io dicevo che avevo capito e lui se ne andava soddisfatto convinto che adesso avrei iniziato la mia giornata.

La giornata di lavoro la iniziavo davvero. Però andavo piano. Io che di norma cammino come fossi in gara, andavo pesando bene ogni passo. E mi fermavo sempre due minuti di fronte ogni abitazione. Poi bussavo e pregavo: “fa che non ci sia, fa che non ci sia…”

Quando invece aprivano e non avevo più scuse mi dimenticavo l’imbarazzo e vendevo. Vendevo come un pazzo.

La media dei miei colleghi, che questo lavoro lo faceva da mesi, era di 8 contratti al mese. La soglia minima per assicurarsi un rimborso spese di 400 euro.

Io quel lavoro lo feci solo per 10 giorni e chiusi 28 contratti.

Poi crollai.

Una sera tornando da un paese in culo al mondo, con i Gregorian che mi cantavano ancora più forte nell’orecchio, realizzai che il mio lavoro era raccontare balle e vendere cose inutili a persone a cui i libri non servivano affatto e di soldi ne avevo ben pochi. Una ricerca e un confronto con persone più esperte mi aveva anche spiegato il meccanismo con cui alla fine i soldi andavano in beneficienza: c’era la clausola del “tolte le spese” e le spese erano magicamente sempre intorno al 99,8%.

La sera che dissi a C. che l’indomani non avrei lavorato lui mi disse di pensarci bene. Poi, intorno alle 10 di sera mi chiamò per dirmi che mi avrebbe dato una somma extra. Poi mi richiamò dicendo che l’azienda mi avrebbe assicurato pagamenti a fine mese anziché a 60 giorni. E, infine, che se avessi voluto avrei potuto anche avere un gruppo di vendita tutto mio e guadagnare anche su quanto sviluppato dal team.

Dissi di no, che ero stanco, che volevo andare a dormire.

Avevo 19 anni, il lavoro era massacrante e i soldi mi servivano per godermi il tempo libero. Avessi avuto responsabilità e problemi reali forse sarebbe andata diversamente. Ma quella volta dissi di no e non tornai più indietro.

Andai avanti. Come fanno tutti. Come provano a fare tutti.

Su strade tortuose, non sempre migliori, spesso sbagliate.

Un giorno mi tornò di nuovo quella sensazione da mal di auto e mal di vendita, come quando la mattina i Gregorian mi spingevano a bussare a ogni casa.

Avevo qualche anno in più e stavolta ero entrato nel settore della vendita dei servizi, delle utility. Non dovevo più bussare perché i miei clienti tipo erano gente con bottega su strada dove basta chiedere permesso.

Entravo senza più la speranza che “nessuno mi aprisse”.

Era aperto, mi vedevano e mi chiedevano come mi potevano aiutare.

E così, ogni santo giorno, a me toccava spiegare che in realtà ero io a poter aiutare loro: facendoli risparmiare, facendoli guadagnare di più e altre cose che l’azienda mi aveva detto di dire a domande di questo tipo.

Iniziò anche benino con la mia autostima da venditore che ne beneficiava e le mie finanze, sotto forma di pagamenti futuri, che si entusiasmava.

Poi però eccomi al punto di partenza: ma che vendo? Ma chi aiuto?

E così le mie giornate diventarono diverse. Entravo, mi chiedevano come potevano essermi di aiuto, io diventavo rosso per l’imbarazzo e alla fine inventavo una scusa assurda. “Vorrei saperne di più su questo”, “vorrei saperne di più su quest’altro”. Oppure, quando entravo in negozi con articoli a basso prezzo, come una cartoleria, compravo qualcosa come un peluche o una calamita di quelle che si mettono sul frigo e ringraziavo il mio interlocutore per avermi risolto il problema.

Alla fine, mi convinsi a rassegnare le dimissioni; anche perché la cifra che iniziavo a spendere ogni giorno diventava sempre più insostenibile.

La vergogna di vendere e il significato del lavoro

Ho trentacinque anni, lavoro da quando ne ho 17 ma ho fatto pace con il significato del lavoro solo da qualche anno. Anzi, ad essere onesto ancora oggi ci litigo un po’. Quello che però ho capito è che la vendita è una storia tra noi e gli altri. Che bisogna partire dagli altri per comprendere di cosa hanno bisogno – cosa chiede e cosa è disposto a pagare il mercato – e poi cercare in noi le risposte, se davvero abbiamo qualcosa di utile da offrire.

Quando questo succede, ecco che troviamo significato. Sembra difficile, lo è nel riuscirci, ma è abbastanza semplice da comprendere.

Quando ti senti come se stessi rendendo il mondo un posto peggiore, forse è davvero ora di cambiare.

Quando invece ti senti di contribuire, anche in piccolo, a qualcosa di buono, ecco allora che è il momento di infondere ancora maggiore forza.

Oggi in giro è tutto un coro: “non è il momento di vendere”. È tutto una promessa: “accedi a questo senza pagare nulla”. Sembra di essere stati catapultati in un circo parallelo in cui lo zucchero filato lo regalano all’ingresso e per salire sulle montagne russe non si paga più il biglietto.

Per quel che mi riguarda, “non è il momento per vendere”, mi sembra un messaggio fuorviante, sexy ma non attuabile, tutt’altro che responsabile, basato su premesse sbagliate che celano problemi molto più vecchi di questa pandemia.

La domanda è ancora quella di ieri: stai aiutando realmente qualcuno?

Un’altra domanda interessante è: potrei aiutare qualcuno anche senza averne un tornaconto personale, monetario?

Ma questa non è affatto una domanda nuova. Sono tempi duri, sono tempi tristi, sono tempi in cui ti giri e ti accorgi di quante persone sono in difficoltà. Ma c’è da dire che forse te ne accorgi anche perché sino a ieri non ti giravi.

Sensibilità e coscienza non sono sinonimo di gratis. Non sino a quando le medicine e la pasta saranno ancora distribuite dietro esibizione di monete e banconote.

L’altruismo, la generosità, l’empatia possono anche andare a braccetto con gli affari. Anzi, è proprio questa la sfida.

Un mondo più buono non è un mondo in cui nessuno vende, ma un mondo in cui ciascuno è orgoglioso di ciò che ha da offrire.